Come vestirsi per la lezione di fitness

Ogni disciplina ha il suo abbigliamento specifico, un po’ come si legge sulle riviste: è vietato presentarsi a una lezione di danza  afro con i top scollati e la pancia nuda dell’aerostep; è  impossibile fare spinning con i pantajazz, che sono
i pantaloni ampi e lievemente svasati in fondo che si usano a danza jazz; ma sono banditi anche errori meno clamorosi, come usare i top dell’aerobica per fare stretching: spesso infatti questi top sono troppo aggressivi perché colorati e scollacciati, mentre invece lo stretching vuole, sì, indumenti aderenti che permettano di distinguere nettamente i contorni del corpo e controllare la
correttezza delle posizioni, ma, proponendosi come disciplina
dolce, predilige colori tenui e fogge non appariscenti.
Non è vero, però, che ci si deve vestire proprio come dicono le riviste, anzi: un abbigliamento troppo coordinato e patinato, troppo alla moda, è visto male perché è indice di esibizionismo inutile, di esperienza simulata e non reale; finisce presto, insomma, per scatenare antipatie e ostilità soprattutto da parte degli istruttori e delle istruttrici e da parte delle allieve e allievi da loro prediletti: quelli che stanno sempre in prima fila.
Per capire immediatamente come ci si deve vestire bisogna infatti guardare proprio loro, gli istruttori e quelli della prima fila e al massimo. Sono loro che dettano legge in fatto di abbigliamento, loro che decidono in che misura e modo ci si deve scostare dalle copertine delle riviste per comunicare lunga e solida
esperienza e savoir faire.

Mai vestirsi completamente a nuovo, ma sempre mescolare un capo appena comprato, che si distingue per i colori più brillanti e il tessuto più teso, con pezzi usati e usatissimi, riciclati, stinti e addirittura rattoppati e ricuciti a mano, che indicano un’assidua frequentazione delle palestre e una lunga storia di allenamenti.

Nell’ambiente della danza questa tendenza è condotta all’estremo: qui i pezzi vecchi e molto vecchi devono sempre prevalere su quelli più nuovi, e i buchi evidenti, le scuciture, gli strappi sono sempre molto apprezzati; come pure è molto amato il fatto di riciclare per l’allenamento capi di vestiario nati con altre
funzioni: collant neri tagliati e infilati dalle braccia a mo’ di coprispalla, vecchie calzamaglie di lana tagliate e usate come scaldamuscoli, vecchie magliette di quando si era bambini indossate come top.
È segno di grande esperienza vestirsi a strati, e questo vale in tutte le discipline: significa infatti che si conosce e si sa controllare l’altalena di caldo e freddo che si prova nelle varie fasi di una qualunque attività sportiva ben condotta, dal riscaldamento allo sforzo intenso, fino al rilassamento e allungamento finale dei
muscoli. Mai combinare con troppa cura i colori di questa stratificazione;
meglio anzi giocare sui contrasti e le note stonate, chiaro indice di nonchalance. Non bisogna però esagerare, perché la sciatteria e il disordine sono malvisti almeno quanto l’eccesso di cura. È chiaro che sarà poi la singola disciplina, il singolo corso o il carisma del singolo istruttore a stabilire esattamente entro quali confini una combinazione di colori e strati non è sciatta e oltre quali invece lo diventa.